Tra mafia, morfina e Prima Repubblica: Carlo Palermo

Venti chili di tritolo, un magistrato salvo, una madre e due bambini morti ammazzati. E’ la strage di Pizzolungo.

Il protagonista principale di questa tragica pagina è Carlo Palermo.

La location di questa storia invece è Trapani, Sicilia.
 di Federico Carbone

uno scorcio del litorale trapanese

Trapani è una città di antiche origini negli anni 80 però è un modesto capoluogo di provincia del sud con circa 75mila abitanti, una piccola città con antiche tradizioni mafiose e con un notevole numero di intrecci particolari.

La sua localizzazione geografica la rende duttile, così tanto che in questa città sembra ci sia un grosso mondo sommerso, c’è Cosa Nostra forse c’è Gladio, e forse perchè no, anche la Massoneria deviata e quella ultra segreta. Ci sono tante piste, troppe, e molti misteri sono irrisolti.

Carlo Palermo è un avvocato, magistrato ma anche politico italiano nato ad Avellino, 28 settembre 1947.

La carriera di Palermo inizia presto, così dopo una brillante avvocatura diventa sostituto procuratore a Trento, dove sarà in servizio dal 1975 fino al 1984 e, in seguito un trasferimento quasi forzato lo porta a Trapani fino al 1989, per poi tornare a fare l’avvocato.

Carlo Palermo apre la sua carriera con un importante caso che segue a Trento. Una inchiesta che che fa tremare la Prima Repubblica. Il magistrato infatti lavora su un particolare traffico di armi e droga.

un giovane Carlo Palermo in una foto di repertorio

 

L’indagine condotta da Palermo vede tra i protagonisti personaggi di spicco della recente storia di Italia, nomi noti della finanza e il segretario nazionale del Partito Socialista Italiano Bettino Craxi.

Questa storia però nasce ben prima.

Nel 1979 si scoprono strane congiunzioni tra Sicilia, Trento e resto del mondo.

É una corda spessa e nera quella che unisce estremo sud con estremo nord, è la malavita organizzata che tende un immenso cappio.

Le attività criminali arrivano oltre frontiera, sino alla Turchia.

Poi ci sono anche alcuni imprenditori turistici, di certo in questo complesso puzzle ci sono gli alberghi Karinall e Romagna, appartenenti al trentino di origine altoatesina Karl Koefler.

L’inchiesta di Palermo, potrebbe essere uno dei primi colpi alla Prima Repubblica infatti, si sospettano traffici illeciti con esponenti politici, il tutto nasce dal sequestro nella zona di Trento e Bolzano di alcuni carichi di morfina base, quasi 4000 chili.

La morfina oggetto di inchiesta risultava essere della mafia turca che a sua volta la usava come oggetto di scambio con quella italiana quest’ultima, dopo una accurata operazione di raffineria l’avrebbe rimessa sul mercato ed il commercio di tale sostanza era in grado di mettere contatto diverse mafie europee.

La morfina dunque creava, secondo Palermo, una sorta di liason tra mafie internazionali servizio segreti e, in base all’inchiesta di vi sarebbe un intrigo con personaggi di spicco del Partito Socialista Italiano.

una piantagione di oppio in Afghanistan

La morfina però, appare anche in inchieste condotte da Giovanni Falcone che proprio in quegli anni aveva scoperto le raffinerie di Trabia e Carini che venivano rifornite dalla stessa organizzazione trentina,su cui indagava il magistrato Palermo, la cui pista finale portava in Austria, in Germania, in Svizzera, nei Balcani, in Turchia, in Bulgaria e ancora, sembra che si arrivi sino a collegamenti di traffici di armi e petrolio tra Italia e Libia, ma anche a i servizi segreti italiani, americani e orientali. Un mondo scuro.
E’ sempre Carlo Palermo che con le sue inchieste scopre anche certi collegamenti tra l’attentato al papa ed i servizi segreti, deviati e no.

E’ in questo dossier che sembra si trovino tracce di uno strano rapporto tra Bettino Craxi, presidente del Consiglio ed alcune forniture militari all’Argentina in cambio dell’appalto per i lavori della metropolitana di Buenos Aires.

Poi però l’inchiesta è conclusa, niente viene scoperto o dimostrato.

Immediata è la reazione di Bettino Craxi che denuncia il magistrato.

Palermo nel frattempo viene trasferito a Trapani. La scelta del magistrato cade su Trapani perchè durante l’inchiesta trentina aveva scoperto qualcosa di Cosa Nostra che voleva approfondire.

Inizia qui una nuova pagina della vita di Carlo Palermo.

Altre strane coincidenze. Una nuova inchiesta.

E’ il 1985 e le inchiesta di Palermo corrono quasi parallele a quelle già aperte dal collega Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso nel 1983, mentre indagava su traffici di droga, armi e possibili reti di Cosa Nostra.

Il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto

(Milano, 20 ottobre 1941 – Valderice, 25 gennaio 1983)

Il magistrato Palermo è scomodo e non piace.

Il magistrato è stato appena trasferito ed intanto vive a Bonaggia, qualche chilometro da Trapani, in precedenza, durante il primo periodo di trasferimento invece viveva a Birgi presso l’aeroporto militare.

In alcune interviste apparse anni dopo Carlo Palermo ricordava ”Nonostante la chiedessi in continuazione, non vi era alcuna vigilanza sulla mia abitazione (una villetta al Villaggio Solare, in territorio di Valderice), nè fu mai eseguita un’attività di bonifica lungo il percorso che facevo ogni mattina”.

Se da Birgi per Trapani ogni giorno il percorso cambiava, da Bonaggia no. Gli spostamenti risultano essere molto prevedibili, per raggiungere Trapani c’è solo la litoranea di Pizzolungo. Il percorso, è bene ricordare, in quegli anni, non veniva né monitorato né controllato.

A 50 giorni dall’arrivo del magistrato a Trapani, Cosa Nostra reagisce e tenta di uccidere Palermo.

Quel giorno, forse il caso, forse no, arrivano la Ritmo della scorta e l’Argenta, il magistrato sale come ogni mattina sull’Argenta ma, particolare da tenere a mente, è che Carlo Palermo quel giorno sarà seduto dietro l’autista a sinistra dunque.

E’ il 2 del 1985. Sono le 8 e 35 del mattino quando la Ritmo e l’Argenta attraversano la litoranea di Pizzolungo. C’è traffico, le sirene sono spente.

L’auto corre veloce, uno smottamento d’aria, un boato, il magistrato è fuori dall’auto in piedi, gli uomini della scorta feriti. Su un muro una macchia di sangue. E’ una fatalità.

Barbara Rizzo insieme ai figli Salvatore e Giuseppe

 

Nei pressi dell’autobomba la vettura di Palermo supera una Volkswagen Scirocco guidata da Barbara Rizzo, 30 anni, che accompagna a scuola i figli Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni.

A morire quel giorno non è il magistrato ma sono Barbara Rizzo ed i suoi figli: i gemelli Giuseppe e Salvatore Asta.

Forse l’auto di Barbara è quel qualcosa in più che salva Palermo ma a morire sono 3 vittime innocenti.
E’ orrore intorno.

Sangue, brandelli di corpi e pezzi di auto. Un corpo di bimbo irriconoscibile è schiacciato su una palazzina, un orecchio su un comodino.

Arrivano i soccorsi e con essi anche Nunzio Asta, marito di Barbara e suo cognato. Non sospettano di nulla, ore dopo però una telefonata della polizia chiede la targa dell’auto della moglie, ma Nunzio non pensa immediatamente all’attentato, scoprirà poi da una sua collaboratrice che  i suoi figli non sono mai giunti a scuola.

Trapani, litoranea di Pizzolungo, le tragiche immagini della scena dell’attentato

La strage di Pizzolungo, studiata per il magistrato Carlo Palermo, oltre ai 3 morti innocenti ha procurato il ferimento di 4 agenti di scorta: sulla Fiat Argenta 132, l’autista Rosario di Maggio e Raffaele Mercurio, rimangono leggermente feriti mentre gli altri due vengono gravemente colpiti dalle schegge, Antonio Ruggirello a un occhio, Salvatore La Porta alla testa e in diverse parti del corpo.

Una storia di mafia e non solo.

Lunghe indagini portano a alle condanne di Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo, Filippo Melodia. Ma la sentenza è stata cassata nel ’91 perchè, da successive inchieste e dibattimenti sarebbe emerso che gli imputati non avrebbero commesso il fatto.

I mandanti si è sempre pensato fossero il braccio armato di Cosa Nostra corleonese ovvero Totò Riina, Vincenzo Virga, e i loro «gregari» Balduccio Di Maggio, Nino Madonia, ma anche Gino Calabrò, condannato solo per la ricettazione dell’ auto rubata usata per la strage e l’alcamese Vincenzo Milazzo, morto ammazzato nell’ estate del ’92, che si scoprirà poi aver avuto contatti con la massoneria e i servizi segreti

Le indagini avrebbero messo in luce l’ombra della la cosca mafiosa di Alcamo che faceva capo a Vincenzo Milazzo la stessa cosca che sembra gestisse una delle raffinerie di morfina di cui abbiamo accennato prima. Palermo, aveva condotto l’inchiesta sulla morfina nelle campagne di Alcamo in contrada Virgini.

La prima pagine dell’Unità del 3 Aprile 1985

 

Durante le indagini per chiarire il movente della strage, depongono dei pentiti.

Per Francesco Di Carlo, “la mafia doveva dimostrare di essere più forte dello Stato, si era fatto un gran parlare di questo magistrato che arrivava da Trento a Trapani, divenne obiettivo per questa ragione”.

Una conferma della longa mano di Vincenzo Milazzo arriva dal pentito di Alcamo Nino Cascio invece in una deposizione si ricordava avere appreso dal capo cosca Milazzo della strage, “mi disse che se l’avesse avuto lui in mano il telecomando non lo avrebbe premuto”.A premere il timer secondo le investigazioni sarebbe stato Nino Melodia, altro boss di Alcamo, in carcere, ma per altri motivi legati alla mafia.

Ancora oggi il movente fa discutere.

Qualcosa di misterioso e non indagato però sembra esserci nella strage di Pizzolungo, dietro c’è chi sospetta ci sia persino Matteo Messina Denaro e la sua banda, altri invece che sia opera di servizi segreti deviati e massoneria.

Dall’1986 su Palermo si stende una sorta di velo di maja, che vuole nasconderlo, qualcuno, per la sua incolumità personale suggerirà all’ex magistrato di seguire uno speciale programma di protezione con conseguente trasferimento in Canada.

Palermo non ci sta e si impegnerà però in politica tanto è che per la Rete è stato dall’aprile 1992 deputato alla Camera nel collegio Trento-Bolzano, fino a quando, nel novembre 1993 viene dichiarato incompatibile. Successivamente è stato consigliere provinciale e regionale a Trento.

La vicenda di Carlo Palermo è strana, da magistrato si occupa di infiniti intrighi dove la mafia è una grande attrice ma non è la prima donna, intrecci internazionali, spaccio di droga e armi, Libia e quanto altro fanno parte di tutti i carteggi in mano al magistrato.

il Dr. Carlo Palermo in una foto recente

 

Quella di Palermo è una storia dove c’è anche la mafia, e non propriamente di una storia di mafia. Con questa strage e con i 20 chili di tritolo la mafia cambia modalità di azione e di strage.

Intanto però è chiaro che la strage di Pizzolungo denota l’evoluzione dello stragismo mafioso che prende le sembianze di quello terroristico.

L’attore della strage è Cosa Nostra ed in particolare l’ala corleonese di Totò Riina e non solo, tanti gli indagati, qualcuno ormai morto altri dietro le sbarre da anni.

Poi c’è Francesco Milazzo, ucciso in modo particolare nel 1992 qualche settimane prima della strage di via D’Amelio Milazzo, come altri che avevano programmato l’uccisione di Palermo pare avesse contatti nascosti con i servizi segreti deviati.

Ancora si cerca di capire perchè Riina ed altri avessero dato l’ordine di costruire questa strage. Ci sono però testimonianze chiave di pentiti, per esempio risulterebbe che il ’1 aprile del 1985 il capo del mandamento Vincenzo Virga incontra Francesco Milazzo e Vito Parisi, uomini d’ onore di Paceco:per avvertirli di non andare a Trapani il 2 di aprile ma lo stesso giorno Virga verrà fermato ad un posto di blocco.

Virga quel giorno non era solo ma si faceva accompagnare da un imprenditore Francesco Genna, tutti e due erano all’epoca degli insospettati e degli insospettabili. La cosa esce fuori quasi 10 anni dopo da una relazione dei servizi segreti.

Della strage di Pizzolungo, per capirne l’importanza è cruciale riportare una rivelazione di Giovanni Brusca che dicee (durante il Borsellino ter) di sapere che il nisseno «Piddu» Madonia doveva «avvicinare» chi si occupava negli anni ’80 del processo ai killer stragisti di Pizzolungo

Particolare però è il racconto Giovanni Brusca, uomo d’onore di San Giuseppe Jato, pentito.

Brusca avrebbe dichiarato di aver saputo di Pizzolungo, della strage, dal padre, poi altre conferme arrivano da Gioacchino Calabrò, che aveva preparato l’autobomba insieme, sembra, a Nino Madonia.

Calabrò procura le vetture e Madonia le riempie di esplosivo, succederà anche per il mancato attentato a Falcone all’Addaura e per la strage in cui muore il giudice istruttore Rocco Chinnici. Per l’Addaura e Pizzolungo Cosa Nostra usa lo stesso genere di tritolo, proveniente da una cava di Camporeale.

Una strage che come tante altre poteva forse essere prevista.

Dopo Pizzolungo avviene il trasferimento di Palermo e, un mese dopo la strage però viene scoperto ad Alcamo, in provincia di Trapani, cioè proprio dove operava Palermo, la più grande raffineria di morfina d’Europa, la stessa che riforniva Trento. Carlo Palermo non sbagliava.

A dimostrazione che Trapani era in quegli anni una città fitta di misteri è anche il fatto che nel 1986 si scopre nascosta dietro la facciata del Centro studi “Scontrino”, qualcosa di particolare. In quello stabile operavano logge massoniche a cui erano iscritti massoni, templari politici ed alcuni mafiosi i cui nomi risultano essere nella lista degli indagati per la strage di Pizzolungo.

Torniamo alla location di questa storia fitta di mistero. Torniamo a Trapani dove, in quegli anni, accade qualcosa. A Trapani in quel periodo ci doveva essere un substrato particolare tanto è che ben si sviluppa la massoneria, a Trapani c’erano altre sei logge che avevano 15-16 iscritti ciascuna: in totale 200.

Licio Gelli, “maestro venerabile” della P2

A Trapani la media degli iscritti alla massoneria sembra più alta, circa 72 massoni ogni 10mila uomini mentre in genere in quegli anni in Italia si parla di 14 massoni ogni 10mila abitanti. Le logge massoniche a Trapani operano presso il “centro culturale” Scontrino, durante il sequestro si scoprono anche i dati dei 200 tesserati locali. Oltre alla massoneria ufficiale ci sarebbe stata scoperta anche una loggia super segreta con circa 100 tesserati tra loro risultano essere iscritti imprenditori, funzionari pubblici, commercianti, qualche boss mafioso. Durante le inchieste si scoprono fitti intrecci con la mafia, il traffico di armi e di droga, la loggia segreta poi è Iside 2.

Iside 2 era stata fondata intorno ai primi anni 80 da Licio Gelli, “maestro venerabile” della P2, alla Iside 2 di Trapani sembra appartenessero personaggi di spicco tra cui e il questore Giuseppe Varchi (che risulta iscritto alla P2) ma anche uomini d’onore come Mariano Agate e Natale Lala e parlamentari Dc come Francesco Canino e Francesco Spina.

Negli anni si è poi teorizzato che la loggia Iside 2 fosse una sorta di cupola che controllava la cittadina siciliana. Nei locali dello Scontrino viene trovato un armadio blindato con i dati degli affiliati ma anche e sopratutto appunti riservatissimi, raccomandazioni, richieste di trasferimento, dati di appalti e nomi di boss mafiosi.

Le indagini e le inchieste successive sembrano rimarcare le ipotesi di Palermo. La massoneria trapanese, in particolare la cosca Iside 2 operava nel traffico di droga e armi e, tendeva a far incontrare politici con mafiosi. Tra l’altro Iside due controllava anche l’aeroporto di Birgi così avrebbe dichiarato anche il pentito Marino Mannoia, qualche anno dopo.A

Nel caso Palermo sembra avere una certa importanza la loggia Iside 2 anche perchè Gioacchino Calabrò, il lattoniere, aveva rapporti con boss iscritti al livello segreto della massoneria. Non solo, a dimostrare che le piste seguite da Palermo si scopre anche che in quel di Trapanai operava anche l’Associazione musulmani d’Italia presieduta dal sostituto in Sicilia di Gheddafi e, si capirà anni dopo che alcuni membri di Iside 2 erano pronti a far costruire una super moschea nel trapanese.

Così dopo Trento, Cosa Nostra, le mafie internazionali torna in pista anche il fattore Libia.

Intanto però nel percorrere queste pagine di storia di Italia non possiamo non notare che la Loggia Iside 2 sembra avere una certa importanza nella storia dei misteri italiani.

Infatti tempo fa la Procura di Palermo sembra abbia aperto un nuovo fascicolo sulla Loggia Iside in relazione all’omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista Rostagno infatti, prima di essere ucciso si occupava proprio di quel particolare ramo della massoneria deviata.

Il giornalista Mauro Rostagno

(Torino, 6 marzo 1942 – Lenzi di Valderice, 26 settembre 1988)

 

Rostagno aveva capito quel che girava nei paraggi del circolo Scontrino, quello stesso circolo guidato dal maestro Gianni Grimaudo e Natale Torregrossa ma anche l’avvocato William Sandoz. Rostagno per sapere qualcosa di più aveva stretto contatti con un massone, il dentista Gianquinto.

Anche Rostagno proprio come Carlo Palermo indaga su ipotetici e misteriosi traffici che negli anni 80 in quel di Trapani vedono misteriosamente collegati di politici, dirigenti di banca, funzionari della prefettura e della polizia, mafiosi. Tessere di un puzzle intricate che negli anni 80 lasciano sul campo sangue, morti e cadaveri.

Le indagini sono però riuscite a dimostrare che Iside di Trapani era in collegamento con un’altra loggia di Palermo, la Armando Diaz, a quanto pare, in quegli anni diretta dal Gran Maestro Giuseppe Mandalari,che poi nel 1986 viene indagato per un traffico di droga tra la Sicilia, Israele, Marsiglia e gli Stati Uniti. Anche la Diaz è una loggia particolare tanto è che vi appartenevano i cugini Nino e Ignazio Salvo, l’ editore del Giornale di Sicilia Federico Ardizzone, i fratelli Salvatore e Michele Greco, il cognato di Stefano Bontade Giacomo Vitale e il potente avvocato Vito Guarrasi. Tutti nomi di un certo peso.

Anni dopo poi, in America Palermo scoprirà che probabilmente aveva ragione, è il 1993 quando un ufficiale di collegamento gli chiede un colloquio ben descritto in Oltre il Quarto Livello, durante l’incontro Palermo e l’ufficiale parlano di Bcci, Banca di Credito e Commercio Internazionale, Kriminal bank e, in un rapporto che l’americano consegnerà a Palermo ci sono tracce di legami tra la mafia italiana e quella russa, piste che arrivano sino alle stragi di Roma e Firenze.

Le pagine della storia corrono e si arriva a Mani Pulite, è il 1992 quando viene arrestato Mario Chiesa, inizia l’inchiesta che poi non farà altro che dimostrare le teorie di Carlo Palermo. In quell’anno Palermo è deputato de La Rete, è sarà proprio lui a portare in Parlamento pagine tristi della storia recente del nostro Paese: il caso Calvi, la P2, lo scandalo della Bcci (Banca di Credito e Commercio Internazionale) gli strani collegamenti con la banca svizzera Ubs i legami tra mafia siciliana e quella pachistana, le forniture militari all’Iraq, la causa delle uccisioni di Falcone e Borsellino, l’attentato al Papa.

Pizzolungo. Monumento in memoria di Barbara, Giuseppe e Salvatore Asta

di Federico Carbone