Ritrovato un appunto del giudice Falcone: “Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”

Il foglio formato A4 è riemerso qualche giorno fà al palazzo di giustizia di Palermo, nell'ufficio del giudice Falcone ormai diventato un museo.

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«Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano» . La grafia è quella di Giovanni Falcone. Elegante, ordinata. Su un foglio di block notes a quadretti, ha messo in fila diversi appunti. Poi, chissà quanto tempo dopo, e perché, ha tagliato con un tratto di penna tutti gli argomenti, tranne tre, che sono in fondo alla pagina. Il primo e il terzo sono storie di ordinaria mafia. Il secondo argomento, no. Riguarda Silvio Berlusconi e alcuni mafiosi.

E’ quanto riporta La Repubblica in un articolo dell’8 dicembre 2017, a firma di Salvo Palazzolo.

Si legge che il foglio formato A4 è riemerso qualche giorno fà al palazzo di giustizia di Palermo, nell’ufficio del giudice Falcone ormai diventato un museo.
A fare la casuale scoperta è stato Giovanni Paparcuri, uno dei più stretti collaboratori del magistrato: dopo essere andato in pensione accoglie nel “bunker” del pool antimafia i tantissimi visitatori e racconta dei terribili anni Ottanta. Paparcuri stava sfogliando alcuni scritti di Falcone, quelli che contengono le vecchie dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia utilizzate in numerosi processi, quando improvvisamente si è imbattuto nell’appunto che parla di Berlusconi, di cui mai nessuno se n’era accorto prima.

Il foglio sembra un promemoria di Falcone scritto durante gli interrogatori di Marino Mannoia, assieme a Buscetta uno dei più noti collaboratori di giustizia. Eppure nei verbali ufficiali di Mannoia, risalenti al 1989, non c’è traccia di alcun riferimento a Berlusconi.
Utili per provare a capire questo giallo sembrano essere proprio i nomi annotati nell’appunto, proprio quando oggi Berlusconi è nuovamente indagato dalla procura di Firenze nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del 1993, mentre il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri, sta scontando una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dicevamo i nomi dell’appunto. Gaetano Cinà, il mafioso molto amico di Dell’Utri, che gli annunciava al telefono (intercettazione del 1987) l’arrivo di una grande cassata con il simbolo del biscione a casa Berlusconi. Gaetano Grado, uno dei boss palermitani che più frequentava Milano negli anni Settanta. Vittorio Mangano, il mafioso assunto da Berlusconi come stalliere nella sua villa di Arcore.

Oggi quell’appunto appare una conferma dei fatti che hanno portato alla condanna di Dell’Utri, perché cita tutti i protagonisti del caso. Al processo Dell’Utri, nel 2003, Mannoia si avvalse della facoltà di non rispondere. Anche quando i pubblici ministeri gli chiedevano del suo capo, Stefano Bontate (il padrino della vecchia guardia, ucciso su ordine di Riina nel 1981).
Quel silenzio di Mannoia è rimasto un altro mistero, in un processo dove intanto emerse una verità: nel 1974, Bontate avrebbe incontrato Berlusconi a Milano, grazie alla mediazione di Dell’Utri. A ribadirlo è la sentenza che ha condannato definitivamente l’ex senatore di Forza Italia. Anche Francesco Di Carlo, altro mafioso pentito, ga parlato di quell’incontro.
La Cassazione dice che Berlusconi stipulò un patto di protezione con la mafia, prima di tutto per evitare i sequestri che impazzavano su Milano e in secondo luogo per «mettere a posto» la questione dei ripetitori Tv in Sicilia.
Questi i motivi per cui pagava.

Perché Marino Mannoia avrebbe dovuto tacere su Berlusconi nel 1989? E dopo il ritrovamento dell’appunto di Falcone sorge un’altra domanda: perché ne avrebbe parlato con Falcone e poi si sarebbe rifiutato di firmare il verbale?
Per anni Mannoia ha mantenuto il silenzio sui rapporti fra mafia e politica. Solo dopo la morte di Falcone, «per rendere omaggio alla memoria di un grande magistrato » così disse, ha svelato di aver assistito all’incontro a Palermo nel 1981 fra l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti e Stefano Bontate. Un episodio che la Cassazione ha ritenuto provato, senza contare che tutte le dichiarazioni di Mannoia non hanno mai ricevuto una sola smentita.
Un altro indizio risale al periodo in cui Mannoia parlava in segreto con il giudice Falcone: il primo verbale è dell’8 ottobre 1989, il verbale numero 22 è del 23 novembre; quella sera a Bagheria furono uccise la madre, la sorella e la zia del pentito. La talpa che svelò l’inizio della collaborazione di Mannoia è rimast senza nome. Di certo c’è che il pentito non si tirò comunque indietro anche se di alcuni argomenti non volle mettere nulla a verbale.
Forse Berlusconi era uno di quegli argomenti?

Tutti gli altri temi del foglio ritrovato, barrati con un tratto di penna, li ritroviamo nei verbali di Mannoia, tranne gli ultimi tre.
Il primo, «Tappeti Toluian, rapporti con Giovanni Bontate: dollari ». Toluian è un noto imprenditore palermitano, Giovanni Bontate è il fratello di Stefano, mafioso pure lui. Il secondo appunto riguarda Berlusconi. Il terzo, il padre dei fratelli Graviano, i boss delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio. «Michele Graviano ha perso una gamba per mettere una carica esplosiva».

Quindi cosa sa Mannoia circa i rapporti fra Berlusconi e la mafia?
Contattato da Repubblica per chiedergli del giallo dell’appunto, alla domanda sui Fratelli graviano ha immediatamente risposto : « Doveva fare un attentato a un cantiere, rimase ferito » .
A riguardo dell’appunto su Berlusconi invece ha detto un secco “non ricordo”: « Sono ormai anziano e malato. E poi non posso rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa».

A questo punto viene da chiedersi se il giudice Falcone aveva veramente dimenticato quell’appunto. Ufficialmente non ha mai condotto alcuna indagine su Berlusconi, ma danno molto da pensare alcune parole pronunciate da Paolo Borsellino nel corso di un’intervista, il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci.

Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi chiedono notizie di Vittorio Mangano, su cui il magistrato aveva indagato nel 1975. A una domanda su Dell’Utri, Borsellino risponde: «Non è stato imputato nel maxiprocesso. So che esistono indagini che lo riguardano e che lo riguardano insieme a Mangano». Aggiunge inoltre: «Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari». Al tempo Falcone era ormai a Roma e non era più giudice istruttore, ma l’ufficio istruzione operava ancora per concludere le indagini connesse al maxiprocesso.
Adesso le parole di Falcone che riemergono sui rapporti fra Berlusconi ed esponenti della mafia, riportano in evidenza quanto sembrava dimenticato.

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